Il vescovo di Fano ricorda Italo Nannini, una mano tesa verso i poveri

Il vescovo di Fano ricorda Italo Nannini, una mano tesa verso i poveri
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Il bene non è nella grandezza, ma la grandezza è nel bene. Vivere con semplicità e pensare con grandezza. La vera grandezza di una persona non si misura nella sua posizione sociale, si misura dalla bontà che porta nel cuore. Più grande è l’umiltà e la dolcezza che regala al prossimo, più grande è il valore della sua esistenza. Ecco la grandezza, niente di materiale, solo una luce che brilla nel cuore, per quell’amore che sa provare, non solo per se stesso.

Così mi piace ricordare Italo Nannini.

In un libro dell’Abbé Pierre, un profeta dell’Amore, che quando ha compiuto ottanta anni ha scritto “Testamento”, si dà una sua definizione della vita: “La vita è un po’ di tempo che Dio ci regala perché impariamo ad amare”. E’ il compito più grande della vita.

Se ci fosse concesso di scegliere in quale modo morire credo che Italo avrebbe scelto di viverlo così come sta accadendo. La notizia della sua morte è stata come ovattata dalla situazione nella quale viviamo, il suo congedo dalla comunità cristiana avviene quasi nella più assoluta intimità della sua famiglia. Nessuna delle tante persone che avrebbero voluto accompagnarlo per l’ultimo saluto potrà essere presente.

Appena arrivato a Fano nel 2007 ho potuto conoscerlo e apprezzarlo per tutto il bene che stava seminando con le sue iniziative. Anche la nostra Diocesi ed anche io personalmente ho ritenuto condividerne alcune.

Appena ho potuto, nel mio viaggio in Kenya a visitare i missionari della Diocesi, ho visto con i miei occhi, a Nairobi, tutto quello che l’associazione da lui fondata donava a quelle comunità. Notavo come ogni iniziativa di attenzione ai bisogni dei poveri che la sua associazione da lui fondata, non solo in Kenya, trovava la radice nella sua vita personale e famigliare. Era il primo a fare e a rischiare. In lui prevaleva sempre la persona, ogni persona. Non si preoccupava troppo di fare analisi socio-politiche delle situazioni che incontrava, anche queste importanti, ma preferiva trovare strumenti pratici per dare una mano a chi vive con difficoltà persino le cose essenziali della vita. La foto che ho visto in questi giorni nel sito di “L’Africa chiama” ce lo mostrano sorridente mentre stringe, quasi scherzosamente, la mano ad un giovane africano: questo è Italo. Una mano tesa verso i poveri.

Mi ha fatto riflettere come si è svolto l’ultimo periodo della sua vita: Italo non poteva più mangiare. Aveva sfamato tanti, ma nessuno poteva più aiutarlo. Eppure era sereno, ci hanno raccontato i famigliari. Da questa serenità la nostra città e la nostra Chiesa debbono ripartire, superata questa situazione, perché quello che ha significato la persona e l’azione di Italo non vada disperso, ma trovi ancora spazio nella vita e nel cuore di tanti di noi.

Un antico proverbio orientale narra che un grande albero ‘intelligente’ è quello che fa trasparire il sole oltre la sua ombra cosicché, sotto di lui, cresca sempre un bel giardino verde e non il fradiciume… Italo ha fatto risplendere il sole attorno e sotto di sé: e questo è garanzia di futuro per “L’Africa chiama”, per la sua sposa e i suoi figli e nipoti. Ce lo auguriamo tutti.  Grazie Italo.

Fano li 25 marzo 2020                                                 + Armando Vescovo

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