Pozzi Borgheria, Perricci: «Dopo 23 anni servono risposte sulle cause della contaminazione»

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Pia Perricci, avvocato - Foto di Stefano Bargnesi

PESARO – «Ventitré anni sono trascorsi dalla prima segnalazione ufficiale di contaminazione delle acque sotterranee nell’area dei pozzi Borgheria e, ancora oggi, nel 2026, il sito contaminato n. 4104400011 figura nell’Allegato A dei siti contaminati della Regione Marche». A sostenerlo è Pia Perricci, referente pesarese del Comitato Futuro Nazionale, il movimento legato al generale Roberto Vannacci. «La vicenda risale al marzo 2003, quando ARPAM rilevò la presenza di solventi clorurati, in particolare tricloroetilene (TCE) e tetracloroetilene (PCE), in diversi pozzi destinati all’approvvigionamento idropotabile del territorio pesarese. Tra i pozzi interessati figuravano Borgheria 3, Borgheria 4, Villa San Martino, Villa Fastiggi, Mattatoio, Campania e Paganini, tutti collocati nella fascia urbana e produttiva che si sviluppa lungo la valle del Foglia».

Perricci evidenzia come «la stessa Regione Marche affermi che non risultano criticità recenti per l’utilizzo potabile delle acque e che lo stato chimico delle acque sotterranee sia stato classificato come “buono” nei cicli di monitoraggio effettuati dal 2009 al 2023». Una valutazione che, secondo la referente del Comitato, «apre interrogativi ancora più significativi». «Se lo stato della falda è considerato buono e se i pozzi continuano a svolgere la loro funzione per l’approvvigionamento idrico della città, perché il sito contaminato continua a rimanere nell’elenco regionale dei siti contaminati dopo oltre vent’anni? E quali attività industriali storiche presenti nella piana del Foglia sono state investigate come possibili sorgenti della contaminazione da TCE e PCE?». Secondo Perricci, «i contaminanti rilevati nel 2003 non sono sostanze normalmente associate ai carburanti, ma solventi clorurati utilizzati storicamente in lavorazioni industriali, metalmeccaniche, attività di sgrassaggio dei metalli e produzioni manifatturiere». Per questo, aggiunge, «comprendere quali attività siano state oggetto di indagine e se siano state accertate eventuali responsabilità ambientali rappresenta oggi un passaggio fondamentale per ricostruire l’intera storia della contaminazione».

Da qui una serie di quesiti rivolti agli enti competenti: «Qual è stata la sorgente originaria della contaminazione? È stata individuata con certezza? Sono stati effettuati interventi di bonifica o messa in sicurezza? Perché il sito è ancora classificato come contaminato?». Infine l’appello. «Chiediamo alla Regione Marche, ad ARPAM, al Comune di Pesaro e al gestore del servizio idrico di rendere pubblica una relazione organica sull’intera vicenda del sito 4104400011, affinché i cittadini possano finalmente conoscere tutti gli elementi di una storia ambientale che dura da quasi un quarto di secolo». E conclude: «Dopo ventitré anni il tempo delle domande è finito. È il momento delle risposte. Ventitré anni sono un periodo lungo per una procedura che riguarda una risorsa essenziale come l’acqua potabile. Basta proclami, basta domande: i cittadini meritano risposte chiare e univoche».

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