Stefania Rocca racconta “Balene e nasi turchini”, in scena a Fossombrone

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ritratti Stefania Rocca

FOSSOMBRONE Giovedì 23 luglio, alle 21.30, l’Esedra di piazza Mazzini ospiterà “Balene e nasi turchini. Sulle orme di Pinocchio tra realtà e finzione”, uno degli appuntamenti del Fossombrone Teatro Festival. Sul palco l’attrice Stefania Rocca, voce narrante dello spettacolo ideato da Federica Restani, accompagnata al pianoforte da Stefano Giavazzi in un viaggio tra le pagine del capolavoro di Carlo Collodi, tra musica e riflessioni sui temi dell’educazione e della crescita. Ecco l’intervista all’attrice. La lettura del Pinocchio di Collodi è forse uno degli ultimi grandi riti collettivi che hanno resistito all’usura della cultura digitale. Cosa le è rimasto dentro di quest’opera, e come può essere rielaborata una volta adulti?

“Da giovane, leggendo Pinocchio, lo giustificavo. Non era solo un bambino che diceva bugie, ma una creatura che cercava la propria strada, incapace di distinguere la libertà dalla ribellione. Oggi, però, la menzogna non è più solo il rifugio di chi ha paura, ma una strategia di potere, manipolazione. Il nostro presente è pieno di narrazioni che promettono scorciatoie. La menzogna può salvarci un istante, ma se diventa un metodo per stare al mondo, finisce per condannarci”.

La figura della Fata Turchina in questa rappresentazione varia e muta al mutare del tempo e della storia: una donna contemporanea, complessa, figlia del suo tempo?

“La Fata Turchina non è una figura fissa ma coscienza in movimento, presenza che cambia perché muta il suo modo di vedere. Le diverse incarnazioni della Fata possono essere lette come le tappe di una medesima coscienza femminile. Ho cercato di non appoggiarmi solo alla voce, ma lasciare che ogni forma portasse con sé un respiro emotivo diverso”.

Il processo educativo è uno degli argomenti più complessi e urgenti della nostra società. Quanto e cosa ci insegna il Pinocchio di Collodi, letto alla luce dei travagli sociali contemporanei?

“Il centro della narrazione in questo spettacolo è la relazione che si costruisce tra chi cresce, Pinocchio, e chi lo accompagna quella crescita, la Fata. Ogni processo educativo è, inevitabilmente, un processo reciproco. Siamo abituati a pensare che siano i figli a trasformarsi e gli adulti a guidare. L’esperienza ci insegna invece che ogni figlio modifica profondamente il genitore che lo accompagna e che ogni relazione educativa costringe a ridefinire continuamente la propria identità”.

Last but not least, la musica. Filo portante e conduttore di tutto lo spettacolo, controcanto ideale e reale della narrazione. Come definirebbe la musica che Stefano Giavazzi tesse sulla storia collodiana?

“La musica in questo spettacolo non è accompagnamento, è una seconda voce. A volte anticipa l’emozione, altre apre uno spazio che la parola non raggiungerebbe”.

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