«La Giornata nazionale degli Internati Militari Italiani ci riporta all’8 settembre 1943, quando l’annuncio dell’armistizio aprì per l’Italia una fase drammatica. Il nostro esercito si trovò improvvisamente senza ordini chiari, mentre le forze tedesche procedevano al disarmo e alla cattura dei militari italiani. Centinaia di migliaia di loro furono inizialmente considerati prigionieri di guerra. Ma il 20 settembre Hitler ne modificò unilateralmente lo status, trasformandoli in Internati Militari Italiani, IMI». Così il sindaco di Pesaro Andrea Biancani ha iniziato il suo discorso in occasione della Giornata nazionale degli IMI, svoltasi al salone Metaurense della Prefettura, davanti a istituzioni, parenti delle vittime e studenti.
«Non fu soltanto un cambio di denominazione. Significò sottrarli deliberatamente alle tutele previste per i prigionieri di guerra dalla Convenzione di Ginevra, legittimando il loro sfruttamento come forza lavoro. La stessa legge con cui la Repubblica ha istituito questa Giornata ricorda infatti che ai militari italiani fu negato lo status di prigionieri, e che essi furono sottoposti a violenze, privazioni e lavoro coatto per il loro fermo rifiuto di collaborare con la Germania nazista e con la Repubblica Sociale Italiana fascista. Moltissimi soldati furono catturati ancora nelle caserme e nelle postazioni, messi brutalmente di fronte a un bivio: unirsi ai fascisti di Salò o finire nei campi di concentramento. Altri, invece, ebbero la possibilità di battersi sul campo prima di arrendersi all’inevitabile».
Il sindaco ha poi ricordato: «Proprio ieri, 22 settembre, sono trascorsi 83 anni dalla tragica resa della Divisione Acqui a Cefalonia, giunta dopo sette giorni di disperati combattimenti. In quelle ore, migliaia di militari italiani scelsero di resistere alle truppe tedesche. Sconfitti, molti vennero fucilati anche dopo aver deposto le armi mentre i superstiti furono catturati e deportati nei lager. Cefalonia è dunque parte della stessa grande vicenda che oggi ricordiamo: quella di uomini che, all’indomani dell’8 settembre, si trovarono davanti al dovere di scegliere tra la complicità con il nazifascismo e il rifiuto. Lo ricordò con particolare forza il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi – di cui pochi giorni fa ricorrevano i dieci anni dalla scomparsa – che nel 2001 proprio a Cefalonia per commemorare i caduti della Divisione Acqui disse che: «La loro scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza, di un’Italia libera dal fascismo». E ancora: «Ciampi ci ha insegnato che quella Resistenza ebbe molteplici forme: fu quella di chi imbracciò le armi a Cefalonia, nelle isole del Mediterraneo e in Italia, ma fu altrettanto quella, silenziosa e tenace, delle centinaia di migliaia di militari che nei campi di internamento preferirono il filo spinato alla collaborazione. Celebriamo oggi quei soldati che, fedeli alla patria e non al fascismo, scelsero la prigionia in nome di un’Italia libera. È questo il coraggio che siamo chiamati a onorare. Non solo l’eroismo delle armi, ma il coraggio civile di chi seppe dire “no”, consapevole che quel rifiuto avrebbe significato fame, deportazione, lavoro coatto e, per troppi di loro, la morte. Questa pagina di storia ha attraversato profondamente anche Pesaro e i suoi giovani soldati. Oggi con orgoglio consegniamo alle famiglie di Fattori Terenzio e Silvestri Martino, due medaglie d’onore alla memoria, a perenne ricordo del valore e della dignità dimostrati di fronte alle sofferenze dell’internamento. Una medaglia alla memoria non può restituire gli anni perduti, i sacrifici subiti o la vita che questi nostri concittadini non hanno potuto vivere appieno. Dice però una cosa fondamentale: la loro scelta non è stata dimenticata. La loro storia appartiene stabilmente alla memoria della nostra comunità e ai valori fondanti della Repubblica. Ricordare significa riconoscere il peso di quelle scelte e trasmetterne il testimone alle nuove generazioni. Perché la libertà e la democrazia di cui godiamo non sono conquiste scontate, ma il frutto del coraggio di uomini che, nei giorni più bui, seppero scegliere da che parte stare, anche quando significava percorrere la strada più difficile e pericolosa», ha concluso.



