Collezionismo e tecnologia: la nostra ossessione per il passato

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Secondo alcuni studi, il picco dell’impulso collezionistico ha luogo tra i sette e i dodici anni d’età, la fase prepuberale in cui il bambino prova a sviluppare il senso di sé e prendere il controllo del cosiddetto ambiente circostante.

Una seconda fase si ha invece dopo i quarant’anni. Nel frattempo, l’uomo avrà vissuto un lungo periodo dominato da un genere differente di caccia e di cattura, quello di origini sessuale. La tesi sembra confermare la tradizionale idea del collezionista come un essere tendenzialmente asessuato o comunque poco incline a questo tipo di attività e di pratica.

Il rapporto intimo tra Walter Benjamin e il collezionismo

Walter Benjamin ad esempio individuava un elemento di natura infantile nel collezionismo. Tuttavia, lungi dal considerarlo un tratto negativo, ammirava il modo in cui i bambini ritrasformano il mondo in un luogo fatato attraverso i giochi, la fantasia, i sogni a occhi aperti, le proiezioni antropomorfe, i disegni e altri espedienti di vario tipo. Scriveva Benjamin che per i collezionisti l’incantesimo più profondo è quello di chiudere il singolo oggetto in una sfera di influenza in cui esso si irrigidisce, mentre l’ultimo brivido (ossia quello di venir acquistato) lo abbandona velocemente.

Non c’è bisogno di andare troppo lontano per ritrovare questi tratti distintivi del collezionista, giocatore e “accumulatore seriale” di gadget, musica, libri e DVD, nella cultura pop attuale e vigente. Come ha detto il cantautore americano Bruce Springsteen in un discorso rivolto agli studenti, stiamo vivendo e attraversando un’epoca post-autentica, dove tutto appare impalpabile e poco tangibile. Proprio per questo motivo nasce in alcuni di noi il desiderio e il bisogno di possedere una collezione di dischi, di videogiochi, di DVD e VHS di vecchi film, di cartoni animati e così via.

Il punto di vista del collezionista oggi

Come ogni collezionista sa bene, più articoli ci procuriamo di una particolare serie (o genere come nel caso dei videogame e della musica) più diventa difficile tappare gli eventuali buchi. Subentra di fatto la magnifica ossessione di diventare dei completisti. Concetto tanto ambizioso quanto etereo e impossibile da ottenere fino in fondo. Pensate ad esempio ai fandom di artisti longevi e popolari come Frank Sinatra, Elvis Presley, The Beatles o Bob Dylan. L’esempio di Dylan, per quanto il fan medio di Elvis rappresenti forse un’anima più pop e commerciale, è quello perfetto per questo tipo di discorso. Parliamo di un artista che iniziò a pubblicare dischi, LP per la precisione già nel 1962 e che è ancora in attività. Nel corso della sua carriera ha poi sviluppato una sensibilità che ha trovato campo e sfogo in attività parallele come quella dei libri, della scultura, del cinema e della produzione di whisky. Collezionare quindi l’opera di artisti di questo tipo diventa una cosa impossibile da sostenere e da praticare per chiunque voglia avere altre passioni, hobby o una parvenza di vita normale e convenzionale.

Ritratto di un collezionista

Il collezionista molto spesso è una persona di 40 anni con un lavoro che lo impegna per circa 8 ore al giorno, cinque giorni la settimana. Ciò vuol dire che il tempo libero verrà sacrificato e occupato in larga parte dalla propria passione. Vale per il cinema, per il campo dell’arte, della musica e naturalmente anche per il gioco e in particolare per i videogame. Negli ultimi anni è cresciuta la tendenza del retrogaming, che appartiene di diritto al campo del collezionismo, tra reebot, sequel e titoli come Book of Ra Deluxe che fanno parte di diritto della storia odierna del gaming e del gambling digitale.

Come è stato detto da Giulia Serena in un interessante articolo dedicato al trend del retrogaming, i videogames sono un universo molto particolare e circoscritto.

Malgrado oggi vengano rilasciate opere che sfruttano a pieno le ultime tecnologie, appare evidente come per i videogiocatori vi sia una connessione radicale con i vecchi titoli, le console con cui probabilmente hanno iniziato a giocare in tenera età. Il mondo del Retrogaming negli ultimi anni ha vissuto una crescita esponenziale, con interi e-commerce, fiere, pagine sui social, e siti dedicati; sul web troviamo facilmente edizioni limitate di giochi prodotti alcuni decenni fa, e anche le grandi case videoludiche, individuando la proficuità del caso, stanno creando sempre più porting e remastered di vecchi titoli. Prendete questo concetto e trasferitelo senza troppe modifiche nel contesto degli appassionati di cinema, musica e libri. Certo il medium sarà totalmente differente, così come la modalità di fruizione con esso, eppure i tratti salienti resteranno immutati, come se ci fosse un cordone ombelicale tra collezionisti, fruitori e appassionati di cultura pop. Oggi tutto questo è diventato materia di studio per scrittori come il sempre attuale Simon Reynolds, il quale nel suo saggio RETROMANIA ha gettato le basi per uno studio personale e originale sulla cultura pop e sulla nostra ossessione per il passato. Oltretutto anticipando o cavalcando fenomeni di massa come il retrogaming, come Stranger Things e via dicendo. Parafrasando Bob Dylan: il futuro per me è già parte del passato.

Giocare per crederci!

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