Seduta ad alta tensione a Muccia, dove il Consiglio regionale delle Marche si è riunito per ricordare i dieci anni dal terremoto del 2016. Al centro del confronto politico l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia sulla ricostruzione post-sisma, che ha portato a otto arresti e 51 indagati. Tra gli arrestati anche Fabio Pistarelli, ex capo di gabinetto del presidente della Regione Francesco Acquaroli. Le opposizioni avevano chiesto di aprire i lavori con un’informativa del governatore sull’indagine, ma la proposta è stata respinta dalla maggioranza in Conferenza dei capigruppo. La tensione è esplosa durante l’intervento del commissario alla ricostruzione Guido Castelli, che ha respinto le accuse di una gestione politica della ricostruzione, affermando che «non ci sono stati sindaci genuflessi» nel cratere. Il riferimento ad alcuni amministratori del Partito democratico, tra cui Leonardo Catena, ha provocato la protesta dei consiglieri di opposizione, che hanno abbandonato l’aula. A rimanere è stata la capogruppo del Pd Valeria Mancinelli, intervenuta a nome della minoranza.
Mancinelli ha chiesto chiarimenti sui rapporti tra Acquaroli e Pistarelli e sulle circostanze che hanno portato alle dimissioni dell’ex capo di gabinetto nel dicembre 2025. «Cosa ha saputo in quel mese e mezzo? E di tutto quello che era successo prima non ha saputo niente?», ha chiesto la consigliera, contestando anche la scelta del governatore di intervenire soltanto a conclusione della seduta. Secondo Mancinelli, Acquaroli avrebbe «deciso di fuggire rispetto a queste questioni».
Accuse respinte dal presidente della Regione nel suo intervento conclusivo. «Né fuggo né ho paura», ha dichiarato Acquaroli, ricostruendo la vicenda dell’ex collaboratore. Il governatore ha spiegato che la proroga di tre mesi dell’incarico era stata decisa per ragioni organizzative e che le prime segnalazioni sull’operato di Pistarelli erano arrivate a metà novembre. Segnalazioni sulle quali, ha riferito, erano state avviate verifiche interne. Dopo gli approfondimenti degli uffici regionali, Acquaroli avrebbe deciso di interrompere il rapporto fiduciario. «Io lo chiamo e gli dico che era incompatibile la sua presenza nel Palazzo Raffaello e quindi o dava le dimissioni o l’avrei dimesso io la sera stessa», ha spiegato, indicando nel 2 dicembre 2025 la data della decisione. Acquaroli ha inoltre precisato che, per quanto gli risulta, né lui né i componenti della Giunta regionale sono indagati nell’inchiesta. Sulla scelta del suo ex capo di gabinetto ha riconosciuto un errore: «Questo non è stato un errore politico, io ho sbagliato la persona». Si è chiusa così una seduta segnata dalle polemiche politiche, mentre prosegue l’inchiesta giudiziaria sulle presunte irregolarità negli appalti e sulle ipotesi di infiltrazioni della criminalità organizzata nei cantieri della ricostruzione post-terremoto.



