Celebrata la Santa Messa con il sacramento dell’Unzione degli Infermi

Celebrata la Santa Messa con il sacramento dell’Unzione degli Infermi

FANO – “Visitando gli ospedali della nostra diocesi, con affetto mi faccio vicino alle famiglie che hanno in casa persone che soffrono e ringrazio il personale medico, paramedico, le collaboratrici familiari e le suore per il servizio che svolgono agli anziani e ai malati”. Ha esordito con queste parole il vescovo Armando, martedì 11 febbraio in Cattedrale, nell’omelia della Santa Messa in occasione della Giornata Mondiale del Malato durante la quale ha conferito il sacramento dell’Unzione degli Infermi. Riprendendo le parole di Papa Francesco, il Vescovo ha sottolineato l’importanza di educare al dono. “Il Figlio di Dio fatto uomo – scrive il Papa – non ha tolto dall’esperienza umana la malattia e la sofferenza, ma assumendola in sè, le ha trasformate e ridimensionate. Ridimensionate perché non hanno più l’ultima parola, che invece è la vita nuova in pienezza; trasformate, perché in unione a Cristo da negative possono diventare positive. In forza del Battesimo e della Confermazione siamo chiamati a conformarci a Cristo, buon Samaritano di tutti i sofferenti. “In questo abbiamo conosciuto l’amore; nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1 Gv 3,16)”. Citando Ugo Donato Bianchi, il Vescovo Armando ha ricordato come occorra ritrovare Gesù nel volto dei sofferenti. “Gesù è da riconoscere, da ritrovare, da servire, da amare non solo nel segno del pane spezzato, ma in ogni volto di uomo e di donna, particolarmente quando è contrassegnato dalle lacrime, dalle ferite, dal sigillo della sofferenza fisica e morale”. In conclusione, il Vescovo ha posto l’accento sul fare dono della propria umanità. “In una società segnata in modo così forte da un accentuato individualismo, con tratti di narcisismo egolatrico che la caratterizzano, c’è ancora posto per il dono o per l’azione del donare come atto autentico di umanizzazione? La dimensione del dono può diventare “cultura” capace di determinare in modo eticamente corretto le relazioni reciproche e perfino l’economia? Se le risposte a queste domande fossero negative saremmo destinati ad una società ingiusta e sofferente, uomini e donne incapaci di camminare verso una pienezza di vita e una gioia del cuore che non può declinarsi con la cultura dell’avere. La via della gioia, desiderio ultimo e profondo di tutti gli uomini, sta proprio nel percorrere i sentieri del dono di sé”.

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